Brown Sugar | Scuro come lo zucchero mascobado, dolce come la sensazione di dipendenza.

Client: Sharan NGO – New Delhi (India)
Assignement: Photo-essay | Video Presentation Slide Show
Publisher: Terre Di Mezzo – Street Magazine

La brown sugar è tra le droghe più comuni in India. Un oppiaceo semisintetico che può essere fumato o iniettato: l’eroina bianca è infatti introvabile e di pessima qualità. “La roba buona la prendete voi europei”, mi dice un consumatore abituale incontrato a Yamuna Bazar, il ghetto dello spaccio, a pochi passi dal centro di Nuova Delhi, dove la gente si buca in mezzo alla strada, nell’indifferenza generale.

In India i servizi sociali sono carenti e le regole tradizionali coercitive: qui la dipendenza da sostanze stupefacenti viene trattata come un tabù dal governo, dai media e pure dai parenti più stretti. Esistono però realtà come Sharan, una delle due ong che nella capitale si occupano del recupero dei tossicodipendenti. Gli operatori, ex tossici, non hanno specifiche competenze mediche, soono semplicemente persone uscite vittoriose dal programma di riabilitazione. Perché, sostengono, non basta immedesimarsi nell’altro per comprenderne il vissuto, gli istinti o la psiche. Una presenza che diventa esempio positivo per i loro “pazienti”.

Il drop-in di Sharan offre assistenza sanitaria, siringhe pulite e pasti caldi. Chi lo desidera, può anche iniziare un percorso che prevede la somministrazione di buprenorfina, una droga sostitutiva simile al metadone. Poi si passa nel rehabilitation center, dove il paziente viene rinchiuso in una stanza per due settimane senza contatti con l’esterno.

Di quelli che entrano al rehab, però, solo una piccola percentuale è seriamente intenzionata a smettere: per molti è una scusa per ottenere cibo e medicinali gratis e poi tornare a vivere sulla strada. Superata questa fase, si accede alla farmhouse, una fattoria-comunità che, attraverso il lavoro, prepara al reinserimento nella società.

Nella farm i pazienti, pur protetti dalle insidie del mondo, si trovano in un ambiente aperto, privo di costrizioni. Gli unici obblighi consistono nel non assumere droghe e nel portare avanti con rispetto i propri compiti, come il lavoro nei campi, la preparazione dei pasti e la pulizia delle camerate. Rajif, il responsabile, la definisce “terapia del lavoro”: lo sforzo fisico tiene la mente impegnata, facendo sentire la persona produttiva e orgogliosa di sé.

Questa sensazione mantiene lontana la depressione e la possibilità di ricadute. Ma se immaginate un posto idilliaco, vi sbagliate: tensione, solitudine e paura di non farcela una volta fuori da queste mura, creano un clima tutt’altro che spensierato.

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