Conversazioni con Ferdinando Scianna | Feste Religiose in Sicilia | Fotografia di un mondo perduto.

Ferdinando Scianna, fotografo di origine siciliana, primo italiano ad entrare nella Agenzia Magnum, mi parla del suo libro fotografico dal titolo Feste Religiose in Sicilia, pubblicato nel 1964 con presentazione di Leonardo Sciascia, che gli fece vincere il Premio Nadar.

Alessandro Gianoli: Nello sfogliare il libro Feste religiose in Sicilia, guardando le sue fotografie e pensando alla giovane età in le ha scattate  mi è venuto naturale immaginare lei, ventenne, con la macchina fotografica in mano, ipotizzando i suoi gesti, le sue aspettative, la sua passione…

Ferdinando Scianna: Una passione grande che nasceva da una utopia idealizzata. Io ero molto interessato a quel mondo contadino che mi circondava e dalle sue manifestazioni quali feste, ma anche dal lavoro, la vita di paese. Era un interesse che avevo anche prima di scoprire che avrei fatto il fotografo. Poi con la fotografia da questa passione ne ricavavo delle immagini dove queste cose venivano comunicate e ciò era bello. Poi non c’erano fotografi ai tempi.

Quando sono andato a Palermo all’università mi sono orientato verso gli studi antropologici in quanto coincidevano con i miei interessi per il mondo che mi circondava. Però la progettualità nasceva dal fatto che con quel materiale raccolto avrei fatto la tesi di laurea. Poi invece per strada mi sono reso conto che mi interessava sostanzialmente raccontare quel mondo a prescindere delle intenzioni di carattere scientifico-antropologico.

Sciascia mi fece comprendere che io ero meno interessato al dato documentario di quanto non lo fossi del dato narrativo. Un fotografo specificatamente antropologico fotografa in funzione di un parametro di studio. Un fotografo riprende il gesto come manifestazione dell’essere delle persone. Ha anche naturalmente un valore documentario. Le foto di Feste religiose hanno oggi un forte contenuto documentario, raccontano che cos’era il mondo popolare in quegli anni, e ne sono passati quaranta.

A.G.: Lei ha sostenuto che quelle feste oggi avvengono affianco a cartelloni pubblicitari, miti moderni, macchine, altri simboli che si sono sovrapposti. D’altronde sostiene anche di non provare nostalgia per il mondo perduto perché non le sembra di aver lasciato un mondo migliore di quello odierno…

F.S.: Cerano tantissime cose che non andavano bene in tutti questi mondi che vengono rievocati. Questo non toglie che vi furono momenti appassionati. Ho raccolto le immagini tra il 61 ed è durata fino al 64. Poi nel 65 è uscito il libro. Quando io facevo le foto era magnifico, ero giovane, non avevo responsabilità di campare la famiglia, non avevo clienti cui render conto.

A.G.: Lei già allora nelle sue Note alle immagini segnalava come la devozione andasse scemando, per esempio scrive che fino all’anno precedente era possibile vedere donne inginocchiate con la lingua a terra davanti all’altare, ma queste pratiche divengono sempre più rare.

F.S.: Certo lo si sentiva, ma non si sapeva bene che cosa significasse. C’era un discorso laico socialista che considerava quelle pratiche come dei residui di oscurantismo, ma questo non era il caso di Sciascia.

Sciascia diceva che la visione religiosa dei siciliani non aveva connotazioni di carattere metafisico, bensì materialistico. Questo nel senso che, il rapporto con il santo era funzionale alla richiesta di una grazia, era quasi come un voto per un deputato. Però Sciascia fece subito un’eccezione escludendo il periodo della settimana santa che era il momento della contemplazione del dolore di una madre per la morte del figlio tradito dagli amici. Nella Settimana Santa c’era la contemplazione della morte, niente di più religioso. L’apologia cristiana di questa relazione Madre Figlio ne fa un elemento centrale. In molte altre religioni non c’è. Da noi il metafisico scende nel fisico attraverso il dolore della madonna. Si è meno interessati alla sofferenza del cristo perché lui è dio. Invece la madre no, è suo figlio che sta morendo.

A.G.: Quindi torniamo al legame con la carnalità della religiosità siciliana?

F.S.: Assolutamente. Al contrario negli atti quali il trascinare la lingua a terra o procedere a ginocchioni, c’era sempre il sentimento di pagare il prezzo per ottenere un ritorno, per avere una grazia di un certo tipo. Questi comportamenti erano orientati verso il terreno, verso il qui, quanto può migliorare la mia vita ora. Non si chiedeva di conquistarsi l’aldilà.

Questo tipo di rapporto è il risultato di una vita contadina nella quale devi zappare perché germogli, devi lavorare ore perché il padrone ti paghi, ed il padrone ti paga poco. Ma questo tipo di rapporto con le cose sacre riguardava soltanto il mondo contadino, ma vi comprendeva i preti. Io ricordo anni dopo le mie foto, durante un’eruzione dell’Etna, a sant’Alfio c’era questa la va che stava scendendo verso il paese. Io mi trovavo li per scattare foto inviato dall’Europeo e parlai con il prete e lui mi diceva: “Io mi ricordo dell’eruzione del ’38, ancora ero ragazzo, non ero ancora entrato in seminario… fu una cosa incredibile, un miracolo, abbiamo fatto una processione con la statua di Sant’Agata, ci siamo tutti inginocchiati davanti alla lava che stava per arrivare alle porte del paese. Fu un vero miracolo, un vero miracolo! Stemmo li tutta la notte a pregare e al lava si fermo.”. Ed io che conoscevo tutta la storia gli chiesi: “E poi cos’è successo?” “Purtroppo si aperto il fronte di sinistra e si è riversata sul paese di Pascari.”. Però non era il loro. Gli chiesi “Cosa è successo a quelli di Pascari?” e lui ha capito l’ironia della domanda e rispose “Lei scherza, non crede a queste cose…” e se ne andò via.

In cosa consiste il potere di un santo e la forza della preghiera? Consiste nella fede della gente. La gente credeva a Sant’Agata, la sua fede era autentica e la santa ha fatto fermare la lava. Il discorso era che San Calogero, che era il patrono di Pascari, politicamente non era forte abbastanza per comandare a Dio che facesse fermare la lava. Se c’è visione materialistica è questa: la preghiera come funzione per l’ottenimento di un bene immediato e materiale, non spirituale.

In quegli anni l’Osservatore Romano pubblicò una critica di due cartelle su Feste religiose in Sicilia sostenendo che si trattava di uno schifoso libro materialista: bisogna rimettersi nella situazione storica di allora dove la contrapposizione diciamo tra religiosità e non era sostanzialmente uno scontro da Democristiani e Comunisti era una storia tra Peppone e San Camillo.

Io non ho mai conosciuto nessun ateo tra i contadini siciliani. Però ricordo tanti che consideravano i preti come persone alle quali si doveva dare dei soldi per ottenere una grazia o comunque per non avere grane. La vera religiosità è una cosa molto diversa che riguarda il rapporto con la morte, con il tempo, con le anime del purgatorio.

A.G.: Se si fosse trattato di un comportamento religioso nel senso dell’ortodossia cattolico-cristiana gli atteggiamenti avrebbero preso tutt’altra forma…

F.S.: In realtà poi, da un punto di vista sociale, la linea Durkheim è legittima, “E’ l’esplosione di un Es. collettivo” dice Sciascia. La festa è il momento in cui un paese riconosce se stesso in quel rito

A.G.: E quindi diventa coeso.

F.S.: Addirittura fino al punto da instaurare una guerra dei santi, per cui se io sono del paese di San Calogero per me questo è un grande santo mentre quello del paese vicino non vale niente. Queste erano credenze popolari che allora avevano un forte contenuto di carattere sociale. Adesso siamo qui a dire il nord, il sud, i terroni, l’islam, il cristianesimo e quelle hanno perso valore.

A.G.: Si può riconoscere a quelle dispute, ed alle credenze di cui erano manifestazione, la capacità di reggere e consolidare un gruppo sociale che altrimenti tendeva all’individualismo. Oggi in un mondo cosmopolita, nel quale emergono e si fondono filosofie estranee alla nostra cultura perdono valore.

F.S.: Si ma questa perdita avviene non nel senso che oramai tutti vivono la religione in termini spiritualistici e non più materialistici, ma che tutti vivono lo spiritualismo in termini consumistici

A.G.: E’ avvenuta quasi un universalizzazione di questo materialismo.

F.S.: La cosa che è chiara, soprattutto adesso, a distanza di tempo, è che non dissacri più niente. Io ho provato un po’ di anni fa a fare una cosa volutamente provocatoria svolgendo un servizio di moda per Io Donna, ambientato in Sicilia durante la Settimana Santa negli stessi luoghi che io avevo fotografato precedentemente. Pensavo che ciò avrebbe creato scandalo perché cerano ad esempio le camice di Dolce & Gabana con disegnate sopra le Madonne. Ma in realtà non fu così.

Il gesto è cambiato perché una cosa è se tu svolgi gesti come rito, quali alzare il calice per fare diventare sangue il vino, un’altra cosa è se quei gesti li fai davanti alla televisione. Allora fai dello spettacolo, diventa teatro. Non li esegui più per te, per il tuo contesto. Lo rappresenti. Quelle persone sono attori. Anche perché oggi durante quelle manifestazioni ci sono più fotografi di quanti siano gli effettivi partecipanti.

A.G.: Anche ai suoi tempi quelle persone mettevano in scena un dramma. Anche allora esistevano personalità, quali l’uomo che da anni indossava la maschera del <<serpentazzo>>, riconosciute per la parte che svolgevano nella rappresentazione. La differenza consiste nel fatto che quella recita veniva fatta all’interno di un gruppo e rivolta al gruppo. Erano gesti loro ed intimi. Oggi questa intimità non esiste più.

F.S.: Certo, è diverso. Io sono andato a fotografare la Pasqua di Aidone e nella piazza c’era un altoparlante attraverso il quale il prete spiegava agli astanti le motivazioni antopologiche di quella festa. Era diventata la rappresentazione museale di qualche cosa di cui il senso era cambiato. Era la messa in scena di se. Non la sacra rappresentazione ma la profana raffigurazione. A meno che il sacro oggi non lo abbia preso la televisione, allora… va bene, allora sono ancora sacre queste feste.

A.G.: Mi posso immaginare che per chi, come lei, ha avuto la fortuna di vivere l’originale, la visione odierna delle feste possa essere deprimente. Cosi come possa venir ritenuto dissacratorio questo atto dello spigare quanto compiuto mediane un microfono.

F.S.: Infatti noi pensavamo, io spinto dall’utopia socialista di tipo cristiano che mi animava, che il nostro lavoro avesse un valore di salvaguardia, di documentazione di qualcosa che stava morendo, finendo. Adesso dicono che queste feste non sono morte, ma non è vero. Sono morte. Adesso esistono perché se ne occupa l’ente del turismo, la Pro-loco

A.G.: E’ come se si svolgesse una commemorazione, un funerale…

F.S.: Esatto, è la celebrazione della cosa, non la cosa. Diventa folklore, maniera per fare venire la gente a vedere la famosa processione. Per questo ho sostenuto che potrebbe essere ancora interessante fotografare quei rituali, che sono diventati rappresentazione della rappresentazione, di carattere profano e sostanzialmente di merce di consumo turistico. L’unico modo per poter veramente raccontare quello che succede oggi è fare vedere tutta la contraddizione fotografando i fotografi all’opera, la pubblicità che c’è attorno, le gli operatori televisivi, le mamme che filmano i bambini vestiti da monachelli. In realtà le mie stesse foto hanno creato una specie di iconografia a causa della quale, al contrario, i fotografi che si recano per reportage oggi, cercano di non far vedere il contesto odierno, per creare una falsa icona. Per fare finta, come fanno finta loro, che quella festa sia vera.

A.G.: Quindi propone un gioco di specchi in cui il fotografo svela la struttura moderna che costruisce l’evento.

F.S.: Pensi che io ho fatto a tempo a fotografare a Cava d’Ispica, un paese in provincia di Ragusa, dei pastori che vivevano vicino ai loro greggi in cave. Erano dei cavernicoli in un certo senso. Sto parlando del ’60. Questo modo di vivere generava indignazione e si sperava che questo duro stile di vita finisse. Mi è successo di tornarci a distanza di una ventina d’anni e in quei posti non ci abita più nessuno. Però adesso quelle grotte sono state salvaguardate e protette dal comune e vi si recano le scolaresche per vedere, come appena vent’anni fa viveva suo padre, nemmeno il suo trisnonno. Questo processo di museificazione di una maniera di vivere è comprensibile. Quello che è successo con le feste più o meno lo stesso, solo che si fa finta che quello che ne è rimasto sia vero. E’ come se, ad un certo punto, a data precisa alcuni si vestissero da pastori e tornassero a vivere nelle caverne per far vedere come vivevano quarant’anni fa. Se ciò accadesse, avrebbe valore di reperto storico-documentario. Però non è che se vai li e fotografi quelli che imitano i loro padri, stai fotografando le persone che vivono li. Stai fotografando la gente che sta recitando la parte delle persone che vi vivevano realmente. Lo stesso avviene con le feste. Ne più ne meno. Hanno creato un museo. Si può dire “guarda che bella processione” ma prima aveva un senso.

Le cose, è pur vero, si trasformano e lasciano residui. Ci sono ancora dei figli che mantengono la tradizione dei certi nonni che non potevano non essere tra coloro che portavano il fercolo della addolorata. Oggi i figli lo portano in nome della loro famiglia. Magari queste persone non credono in Dio, ma pensano che quella funzione sia importante per confermare il ruolo della famiglia all’interno del paese. Questi rapporti rendono, in parte, vero quello che non possiede più  lo stesso senso dei tempi di suo nonno.

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