Conversazioni con Ferdinando Scianna | Fotografia della gestualità rituale.

“Bisogna chiarire cosa significa fare fotografia, quel tipo di fotografia… Io guardavo, componevo e scattavo...”. Ferdinando Scianna descrive il rapporto tra le immagini fotografiche della ritualità religiosa e l’immaginario colletivo tipico dell’iconografia cristiana.

Alessandro Gianoli: Le sue immagini sono parte di un lavoro che nasce con intento di documentazione. Ciò nonostante, possiedono una composizione formale che le lascia guardare come fossero quadri.

Ferdinando Scianna: Da una parte si dà l’accento quindi alla cosiddetta creatività del fotografo, io non ho mai capito bene cosa sia. Io penso che sia dialettica la cosa, da una parte si possono vedere come una cosa antropologica e dall’altra invece significano come se fossero dei quadri. Non è possibile secondo me vederle solamente come quadri le fotografie. La fotografia si usa per comunicare qualche cosa narrativamente, a meno che non si tratti di un coleottero, entrano nell’ordine della narrazione, comunicano più o meno, in una maniera o in un’altra, dicono certe cose invece che altre anche a causa del loro capacità linguistica di farlo, della loro forza linguistica, perfino della loro forza estetica, quindi della loro bellezza, che è una parola di difficile uso. Poi tra l’altro creativo è una parola che non mi piace, è una parola che dovrebbe essere utilizzata soltanto al passato e soltanto per il Padre Eterno, perché creare sostanzialmente significa produrre qualche cosa partendo dal niente, e vede, se c’è una cosa che il fotografo non fa è questa. Ancora ancora un pittore può dire ho un foglio bianco, una matita, e raffiguro una rosa, ma un fotografo se non ha la rosa non cattura niente, il fotografo semmai trova, non crea niente. Comunque è certo che mentre fotografa la rosa la può cogliere in mille modi diversi ed allora poi noi possiamo dire: questa qui è la rosa fotografata da quello li perché ha un qualcosa in più di carattere linguistico però la cosa importante della fotografia è l’essere traccia di qualcosa. In questo sta la sua differenza da tutte le altre forme. La fotografia non rappresenta, la pittura può rappresentare ed anche la letteratura. La fotografia estrae, racconta, la fotografia è un lettore.

A.G.: Quindi secondo lei è inopportuno utilizzare termini quali rappresentare, raffigurare in merito alla fotografia?

F.S.: Io penso che bisognerebbe essere come quando Sabinio dice “la gente usa indistintamente chiedere e domandare” ed invece no, si chiede una cosa per averla e si domanda per avere una risposta. Non dico che l’uso delle parole rappresentare e raffigurare sia illegittimo, dico che corrisponde ad una concezione della fotografia che la sposta verso la soggettività e che quindi la considera una delle forme dell’arte. Invece io non considero affatto la fotografia una delle forme dell’arte. La fotografia ha rotto la nostra maniera di rapportarci a delle immagini che sono quelle dell’arte, proprio perché, per la prima volta, secondo una rivoluzione copernicana, tutte le immagini che l’uomo ha prodotto prima della fotografia nascevano dall’uomo, ed attraverso la sua capacità raffiguravano il mondo. Invece le fotografie per la prima volta partono dal mondo e producono un’immagine. Il fotografo è un mediatore che opera con un altro mediatore, che è la macchina fotografica. Quindi il fotografo è un interprete, un lettore piuttosto che uno scrittore.

Prima ci sono le feste, e poi c’è Scianna che le fotografa, ma il fotografo è li perché c’è la festa ed è tanto più bravo  quanto più, documentando quella festa, rendendo conto di quello che succede, ti da il suo punto di vista, che è allo stesso tempo conoscitivo, e qui troviamo il contenuto antropologico, ma anche emotivo, e li c’è il contenuto esistenziale ed estetico in cui appare la particolare maniera del fotografo.

A.G.: Tra le fotografie apparse in Feste religiose in Sicilia la fotografia in cui vediamo delle signore che innalzano, come usanza, il bambino verso il prete sul fercolo, ha una forte valenza evocativa…

F.S.: Quello non era soltanto un gesto rituale. C’era l’intenzione di farlo benedire perché era malato, per proteggerlo. Il gesto ha qualche cosa assieme di magico e di funzionale.

A.G.: mediante la distorsione compiuta dall’ottica fotografica, il corpo del bambino assume l’aspetto del Cristo deposto dalla croce.

F.S.: E’ evidente che queste cose funzionano così perché, in definitiva, quel gesto si riferisce ai riti di quella religione che diviene così il contesto per eccellenza.

A.G.: Quindi viene naturale riallacciarsi all’iconografia religiosa.

F.S.: Non solo, ma tu, in quanto bambino siciliano che sei vissuto in un contesto di tipo cattolico, che sei andato in chiesa sin da quando allattava, quell’iconografia l’hai digerita. Fa parte di te. L’avevo visto, non lo avevo visto al momento dello scatto, forse si. A diciannove anni conoscevo un po’ la storia dell’arte, le foto con la prospettiva mantegnana di Cristo. Tutte queste conoscenze si depositano. Questo discorso l’ho affrontato in merito alla fotografia di Sebastiao Salgado, <<La miniera d’oro di Sierra Pelada>> in cui c’è <<Cristo alla colonna>> in cui appare un minatore, mezzo nudo, affianco ad una colonna. Perché intitolare quell’immagine <<Cristo alla colonna>>? Perché quell’immagine la possediamo in testa. Non è per tutti la stessa cosa. Ho visto un ragazzo dello Skri lanka, disporre le statuine di un presepe napoletano che possiedo tutte in fila. Nessun bambino cattolico le avrebbe ordinate così. Del resto io non so qual è la gerarchia fra la dea Kali e le altre divinità della sua religione. Per questo ragazzo il valore metaforico ed iconografico di quel presepe è nullo. Mentre io lo sovrappongo a quello che vedo.

A.G.:  Quindi questa è una fotografia e quanto vedo è una mia interpretazione personale?

F.S.: No, questa è una fotografia in cui la coincidenza che si riferisce all’iconografia del cattolicesimo, è messa in scena da quelli che partecipano alla festa, e riconosciuta da colui che la fotografa, perché fanno parte dello stesso ambiente culturale.

A.G.: Ci sono in questa immagine altre fattori che emergono e narrano. Per esempio il forte legame che si instaura tra il bambino, con la pelle chiara, e la giovane ragazza anch’essa vestita di bianco, che dirige il suo sguardo, serio, al bambino con particolare attenzione. La folla scura e disattenta.

F.S.: Vede, bisogna chiarire cosa significa fare fotografia, quel tipo di fotografia. Quello è uno dei pochi scatti di cui io ricordo perfettamente perfino la sensazione che ho avuto. C’era una folla pazzesca, da in mezzo alla folla non riesci a vedere delle cose che raccontino il fatto. Quindi ad un certo punto io sono salito sul fercolo, assieme al prete che pigliava i bambini per strofinarli sulla statua di Sant’Alfio. E da li era fantastico perché io vedevo dall’alto quello che stava succedendo ed ho fatto tante foto. Alcune funzionano altre non funzionano, tutto questo avviene con grande rapidità. Tu inquadri e scatti nel momento in cui riconosci qualche cosa che sta succedendo. Ad un certo punto stavano spogliando questo bambino e lo spingevano verso l’alto. C’era il contrasto tra il bambino nudo, che era magro, che spingendolo gli si piegava il corpo e quindi evidenziava le sue costole magre. La foto si creava con la coerenza con la folla dietro ed allo stesso tempo l’incoerenza. La scena diventava una specie di quadro trecentesco. Ma non è che io facessi tutti questi ragionamenti. Io guardavo, componevo e scattavo. Però, quando sono sceso dal fercolo, era emozionantissimo e ricordo di aver detto a persone che erano con me “credo di aver fatto una gran bella foto”.

Allora perché io ho avuto la sensazione di aver fatto una bella foto? Di quei momenti in cui i bambini venivano innalzati ce ne saranno stati cinquanta nel giro di cinque minuti. Però quel bambino aveva acquisito un’esemplarità. Probabilmente io, consciamente nel fare la foto, ed inconsciamente la funzionalità dei vari elementi che la componevano, avevo riconosciuto tutta una serie di memorie iconografiche relative alla deposizione, di San Sebbastiano, che rendono quell’immagine più fortemente comunicabile perché anche quelli che la guardano possiedono questo patrimonio alle spalle. Quindi nel conoscerla, la riconosco.

A.G.: Nelle sue fotografie è presente un senso di tensione verso l’alto. Mediante candele, scalinate, pali viene conferito un senso di ascesa.

F.S.: Ma più che l’ascesa, ritmo. Se lei pensa alle aste delle lance di Paolo Uccello esse creano ritmo e composizione. La composizione ha finito, nella cultura occidentale, attraverso l’esperienza complessissima della pittura, la scultura, a produrre dei canoni per i quali un’opera si definisce ben composta se corrisponde o meno a quei canoni. Tu li puoi riconoscere per intuizione o li puoi metabolizzare per istinto o per studio. Poi si può dire che il tale artista ha un dono, sa comporre. Questa affermazione significa che l’artista sa riconoscere, nel caos del mondo, gli elementi che producono l’ordine. E’ legittimo andare a guardare una foto e misurare col centimetro e vedere se ha una zona aurea, una struttura piramidale, se crea ritmi dal basso verso l’alto. In un certo senso la geometria ritrova le sue ragioni nello spazio che si ha isolato nell’inquadratura. In base a questi canoni definiamo una cosa bella, brutta. E’ la componente estetica che consiste nel riconoscere la presenza di determinati fattori stilistici che noi tutti abbiamo appreso con la visione dell’arte in genere. Chi è nato, cresciuto ed ha passeggiato per i paesi siciliani o emiliani ha fatto esperienza di canoni e strutture architettoniche, figurative, plastiche  che ha fato sue. Se avesse vissuto fra le capanne africane avrebbe un’altra visione del mondo e dell’arte.

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