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Campagna DEM | Experience Tour per Global Mountain

Media: locandina e newsletter per campagna di Direct Email Marketing
Cliente: Global Mountain – Scuola Italiana di Alpinismo, Scialpinismo e Arrampicata.
Web: www.globalmountain.it
Concept: far percepire il senso di libertà e avventure in piena sicurezza degli Experience Tour organizzati dalle guide alpine di Global Mountain.

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Campagna DEM | Con Noi Puoi per Peraria Supporting Events

Media: newsletter tagettizzata per campagna di E-mail Marketing diretta a diversi settori merceologici.
Cliente: Peraria Supporting Events.
Web: www.peraria.com
Concept: con il partner giusto al tuo fianco anche le imprese più difficili diventano realizzabili. Tu dacci l’idea e noi te la realizziamo. Con Noi Puoi!

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L’oeil d’Oodaaq – Festival di Immagini Poetiche @ [.box] di Visualcontainer

Ciò che affascina maggiormente della minuscola isola d’Oodaaq, è che non ha una localizzazione e una forma costante, bensì soggette alle variazioni inflitte dalle maree e dai ghiacci che la circondano. Immaginiamoci dunque questa isoletta che emerge un giorno qui e un giorno la. Non sarebbe forse suggestivo pensare di sedersi sulla superficie di questa volubile isola e poter così cambiare ogni volta il punto di vista sul mondo? Da quest’idea è nato il concetto dell’occhio d’Ooodaaq, da cui prende il nome la rassegna di Videoarte dedicata alle Immagini Poetiche che già da due anni anima la citta di Rennes, nord-ovest della Francia, per dieci giorni di performance, installazioni, screening di opere video e tavole rotonde a cui hanno partecipato artisti esposti, galleristi e distributori di tutta Europa.

Per chi si fosse perso l’occasione di visitare L’oeil d’Oodaaq, ne può gustare un assaggio grazie a Visualcontainer, che nel suo spazio [.BOX] Videoart Project Space di Milano proietta fino al 30 giugno una selezione dei video prodotti dai 175 artisti che si sono esibiti a Rennes lo scorso maggio.  Durante la vernice dello screening tenutasi lo scorso mercoledì 20 giugno, abbiamo chiesto ai curatori del festival Simon Guiochet e Floriane Davin, come abbiano scelto le opere da includere nel dvd L’oeil d’OODAAQ – Best of 2012 che riassume l’intero festival. Simon Guiochet spiega che sono state incluse opere rappresentative di ognuno dei tre filoni in cui si è suddiviso il festival: La Sincronizzaione, Cosa Vedi? e Vivere Qui.

– Lavori come My Wonderland (7’42’’, 2010) dell’artista inglese Kate Rowless, rappresentano appieno l’idea di sincronizzazione, intesta come rapporto tra il soggetto ripreso e l’operatore video. Nel video il soggetto esegue pedissequamente le indicazioni del operatore, il quale indica millimetro dopo millimetro, come muoversi sulla scena. Ma si  instaura un terzo rapporto:  quello con  il fruitore, il quale riesce ad interpretare i gesti sincronizzandosi con l’immaginario utilizzato dalla coppia soggetto e operatore, i quali interpretano una burlesca scena ispirata al libro Alice di Lewis Caroll.

– Il secondo filone, continua Floriane Davin, è invece interessato ad analizzare le potenzialità evocative della videoarte come linguaggio slegato dalla necessità di mettere in scena forme logiche o materiali. L’utilizzo di segni, frutto di un’elaborazione concettuale dell’artista, conducono a una simbologia visiva che in definitiva non richiede neppure di essere penetrata, lasciando all’osservatore la possibilità di interpretare e lasciarsi coinvolgere da emozioni personalissime. Floriane mi cita al riguardo Membrane (7’20’’, 2011) del norvegese Bjørn Erik Haugen, o l’americana Lindsay Benedict, che utilizza una vecchia 8mm per creare You Coated Me with a Layer of Fat (3’00’’, 2006) un suggestivo video dalle tonalità seppia, in parte muto nel quale una figura stilizzata di donna vestita in nero lotta contro una gabbia, forse in cerca di fuga, forse di sfogo.

– La sezione del festival intitolata Vivere Qui, raccoglie opere nelle quali l’artista si concentra sull’identità di un luogo. Per esempio India (4’00’’, 2009) della svedese Noemi Sjöberg, mi spiegano ancora Floriane e Simon, ha causato un forte dibattito. Dopo la proiezione, in sala c’era chi lo interpretava come un insieme di fotage volutamente stereotipati messi in sequenza veloce. Altri vi vedevano l’esperienza del turista che, recandosi in un luogo profondamente diverso dal suo per cultura e paesaggio, riceve una cacata di immagini ed informazioni che fatica ad assorbireo.

Chiedo infine ad Alessandra Arnò, fondatrice di Visualcontainer, come sia nata la relazione con il Festival L’oeil d’Oodaaq: <<L’obiettivo di Visualcontainer e dei progetti di cui si compone (il distributore di contenuti Visualcointainer, il canale tematico VisualcontainerTV e lo spazio espositivo [.BOX] ) è duplice: da un lato quello di promuovere gli artisti italiani all’estero, dall’altro, diffondere in Italia tutti i nuovi influssi che recepiamo dai festival artistici internazionali nel campo della cultura e la videoarte in particolare. In quest’ottica di scambio, abbiamo presentato i lavori di una selezione di artisti rappresentati da Visualcontainer durante il L’Oeil d’Oodaaq. Ci sembrava altrettanto interessante presentare artisti stranieri al pubblico milanese.>>.

Video presentati:

  • Pauline Payen (FR), Ils sont humains #1 : Satellit, 2’39, 2011.
  • Kate Rowles (GB), My Wonderland, 7’42, 2010
  • Stéphanie Vivier (FR), Sculpture de Vent, 4’33, 2011
  • Jean-Gabriel Périot (FR), Dies irae, 10’00”, 2005
  • Frédérique Barré (FR), Space Odyssey, 2’53”, 2011
  • Noemi Sjöberg (SE), India, 4’00”, 2009
  • David Anthony Sant (GB), Metropol Drift Reaction,4’11
  • Beate Hecher & Markus Keim (AU), Museum of Revolution, 5’00
  • Lindsay Benedict (US), You Coated Me with a Layer of Fat, 3’00

Info:

Best of 2012 L’oeil d’OODAAQ | International Videoart Festival | Rennes France.
Proiezioni con accesso libero ogni mercoledì e giovedì dalle 18.30 alle 20.30, fino al 30 giugno 2012.
[.BOX] Videoart Project Space | Via Confalonieri 11 Milano
http://www.dotbox.it | info@dotbox.it

Dis+Appear | Stratford | East London

Viviamo in un momento della storia dove il cambiamento è così veloce  che cominciamo a vedere il presente, solo quando è già scomparso. (R.D.Laing)

Media: Photo-Essay | Indesign book editing | Copywriting
Autore: Dis+apper Collective.
Concept: Londra 2006: una vasta area di Lea Valley nell’East London è stata scelta come sito per i Giochi Olimpici del 2012. I 500 acri dell’Olympic Park sono compresi nei confini di 3 circoscrizioni: Newham, Hachnet e Tower Hamlets.

Considerata come uno dei piani di riqualificazione più importanti nell’Europa degli ultimo 150 anni, il paesaggio composto da strade, case, piccole e medie aziende e le comunità che vi abitano, sono tutti destinati a cambiare drammaticamente. Disapper, un collettivo di 6 fotografi, ha nanalizzato e documentato alcuni di questi elementi in via di scomparizione.

Conversazioni con Ferdinando Scianna | Fotografia della gestualità rituale.

“Bisogna chiarire cosa significa fare fotografia, quel tipo di fotografia… Io guardavo, componevo e scattavo...”. Ferdinando Scianna descrive il rapporto tra le immagini fotografiche della ritualità religiosa e l’immaginario colletivo tipico dell’iconografia cristiana.

Alessandro Gianoli: Le sue immagini sono parte di un lavoro che nasce con intento di documentazione. Ciò nonostante, possiedono una composizione formale che le lascia guardare come fossero quadri.

Ferdinando Scianna: Da una parte si dà l’accento quindi alla cosiddetta creatività del fotografo, io non ho mai capito bene cosa sia. Io penso che sia dialettica la cosa, da una parte si possono vedere come una cosa antropologica e dall’altra invece significano come se fossero dei quadri. Non è possibile secondo me vederle solamente come quadri le fotografie. La fotografia si usa per comunicare qualche cosa narrativamente, a meno che non si tratti di un coleottero, entrano nell’ordine della narrazione, comunicano più o meno, in una maniera o in un’altra, dicono certe cose invece che altre anche a causa del loro capacità linguistica di farlo, della loro forza linguistica, perfino della loro forza estetica, quindi della loro bellezza, che è una parola di difficile uso. Poi tra l’altro creativo è una parola che non mi piace, è una parola che dovrebbe essere utilizzata soltanto al passato e soltanto per il Padre Eterno, perché creare sostanzialmente significa produrre qualche cosa partendo dal niente, e vede, se c’è una cosa che il fotografo non fa è questa. Ancora ancora un pittore può dire ho un foglio bianco, una matita, e raffiguro una rosa, ma un fotografo se non ha la rosa non cattura niente, il fotografo semmai trova, non crea niente. Comunque è certo che mentre fotografa la rosa la può cogliere in mille modi diversi ed allora poi noi possiamo dire: questa qui è la rosa fotografata da quello li perché ha un qualcosa in più di carattere linguistico però la cosa importante della fotografia è l’essere traccia di qualcosa. In questo sta la sua differenza da tutte le altre forme. La fotografia non rappresenta, la pittura può rappresentare ed anche la letteratura. La fotografia estrae, racconta, la fotografia è un lettore.

A.G.: Quindi secondo lei è inopportuno utilizzare termini quali rappresentare, raffigurare in merito alla fotografia?

F.S.: Io penso che bisognerebbe essere come quando Sabinio dice “la gente usa indistintamente chiedere e domandare” ed invece no, si chiede una cosa per averla e si domanda per avere una risposta. Non dico che l’uso delle parole rappresentare e raffigurare sia illegittimo, dico che corrisponde ad una concezione della fotografia che la sposta verso la soggettività e che quindi la considera una delle forme dell’arte. Invece io non considero affatto la fotografia una delle forme dell’arte. La fotografia ha rotto la nostra maniera di rapportarci a delle immagini che sono quelle dell’arte, proprio perché, per la prima volta, secondo una rivoluzione copernicana, tutte le immagini che l’uomo ha prodotto prima della fotografia nascevano dall’uomo, ed attraverso la sua capacità raffiguravano il mondo. Invece le fotografie per la prima volta partono dal mondo e producono un’immagine. Il fotografo è un mediatore che opera con un altro mediatore, che è la macchina fotografica. Quindi il fotografo è un interprete, un lettore piuttosto che uno scrittore.

Prima ci sono le feste, e poi c’è Scianna che le fotografa, ma il fotografo è li perché c’è la festa ed è tanto più bravo  quanto più, documentando quella festa, rendendo conto di quello che succede, ti da il suo punto di vista, che è allo stesso tempo conoscitivo, e qui troviamo il contenuto antropologico, ma anche emotivo, e li c’è il contenuto esistenziale ed estetico in cui appare la particolare maniera del fotografo.

A.G.: Tra le fotografie apparse in Feste religiose in Sicilia la fotografia in cui vediamo delle signore che innalzano, come usanza, il bambino verso il prete sul fercolo, ha una forte valenza evocativa…

F.S.: Quello non era soltanto un gesto rituale. C’era l’intenzione di farlo benedire perché era malato, per proteggerlo. Il gesto ha qualche cosa assieme di magico e di funzionale.

A.G.: mediante la distorsione compiuta dall’ottica fotografica, il corpo del bambino assume l’aspetto del Cristo deposto dalla croce.

F.S.: E’ evidente che queste cose funzionano così perché, in definitiva, quel gesto si riferisce ai riti di quella religione che diviene così il contesto per eccellenza.

A.G.: Quindi viene naturale riallacciarsi all’iconografia religiosa.

F.S.: Non solo, ma tu, in quanto bambino siciliano che sei vissuto in un contesto di tipo cattolico, che sei andato in chiesa sin da quando allattava, quell’iconografia l’hai digerita. Fa parte di te. L’avevo visto, non lo avevo visto al momento dello scatto, forse si. A diciannove anni conoscevo un po’ la storia dell’arte, le foto con la prospettiva mantegnana di Cristo. Tutte queste conoscenze si depositano. Questo discorso l’ho affrontato in merito alla fotografia di Sebastiao Salgado, <<La miniera d’oro di Sierra Pelada>> in cui c’è <<Cristo alla colonna>> in cui appare un minatore, mezzo nudo, affianco ad una colonna. Perché intitolare quell’immagine <<Cristo alla colonna>>? Perché quell’immagine la possediamo in testa. Non è per tutti la stessa cosa. Ho visto un ragazzo dello Skri lanka, disporre le statuine di un presepe napoletano che possiedo tutte in fila. Nessun bambino cattolico le avrebbe ordinate così. Del resto io non so qual è la gerarchia fra la dea Kali e le altre divinità della sua religione. Per questo ragazzo il valore metaforico ed iconografico di quel presepe è nullo. Mentre io lo sovrappongo a quello che vedo.

A.G.:  Quindi questa è una fotografia e quanto vedo è una mia interpretazione personale?

F.S.: No, questa è una fotografia in cui la coincidenza che si riferisce all’iconografia del cattolicesimo, è messa in scena da quelli che partecipano alla festa, e riconosciuta da colui che la fotografa, perché fanno parte dello stesso ambiente culturale.

A.G.: Ci sono in questa immagine altre fattori che emergono e narrano. Per esempio il forte legame che si instaura tra il bambino, con la pelle chiara, e la giovane ragazza anch’essa vestita di bianco, che dirige il suo sguardo, serio, al bambino con particolare attenzione. La folla scura e disattenta.

F.S.: Vede, bisogna chiarire cosa significa fare fotografia, quel tipo di fotografia. Quello è uno dei pochi scatti di cui io ricordo perfettamente perfino la sensazione che ho avuto. C’era una folla pazzesca, da in mezzo alla folla non riesci a vedere delle cose che raccontino il fatto. Quindi ad un certo punto io sono salito sul fercolo, assieme al prete che pigliava i bambini per strofinarli sulla statua di Sant’Alfio. E da li era fantastico perché io vedevo dall’alto quello che stava succedendo ed ho fatto tante foto. Alcune funzionano altre non funzionano, tutto questo avviene con grande rapidità. Tu inquadri e scatti nel momento in cui riconosci qualche cosa che sta succedendo. Ad un certo punto stavano spogliando questo bambino e lo spingevano verso l’alto. C’era il contrasto tra il bambino nudo, che era magro, che spingendolo gli si piegava il corpo e quindi evidenziava le sue costole magre. La foto si creava con la coerenza con la folla dietro ed allo stesso tempo l’incoerenza. La scena diventava una specie di quadro trecentesco. Ma non è che io facessi tutti questi ragionamenti. Io guardavo, componevo e scattavo. Però, quando sono sceso dal fercolo, era emozionantissimo e ricordo di aver detto a persone che erano con me “credo di aver fatto una gran bella foto”.

Allora perché io ho avuto la sensazione di aver fatto una bella foto? Di quei momenti in cui i bambini venivano innalzati ce ne saranno stati cinquanta nel giro di cinque minuti. Però quel bambino aveva acquisito un’esemplarità. Probabilmente io, consciamente nel fare la foto, ed inconsciamente la funzionalità dei vari elementi che la componevano, avevo riconosciuto tutta una serie di memorie iconografiche relative alla deposizione, di San Sebbastiano, che rendono quell’immagine più fortemente comunicabile perché anche quelli che la guardano possiedono questo patrimonio alle spalle. Quindi nel conoscerla, la riconosco.

A.G.: Nelle sue fotografie è presente un senso di tensione verso l’alto. Mediante candele, scalinate, pali viene conferito un senso di ascesa.

F.S.: Ma più che l’ascesa, ritmo. Se lei pensa alle aste delle lance di Paolo Uccello esse creano ritmo e composizione. La composizione ha finito, nella cultura occidentale, attraverso l’esperienza complessissima della pittura, la scultura, a produrre dei canoni per i quali un’opera si definisce ben composta se corrisponde o meno a quei canoni. Tu li puoi riconoscere per intuizione o li puoi metabolizzare per istinto o per studio. Poi si può dire che il tale artista ha un dono, sa comporre. Questa affermazione significa che l’artista sa riconoscere, nel caos del mondo, gli elementi che producono l’ordine. E’ legittimo andare a guardare una foto e misurare col centimetro e vedere se ha una zona aurea, una struttura piramidale, se crea ritmi dal basso verso l’alto. In un certo senso la geometria ritrova le sue ragioni nello spazio che si ha isolato nell’inquadratura. In base a questi canoni definiamo una cosa bella, brutta. E’ la componente estetica che consiste nel riconoscere la presenza di determinati fattori stilistici che noi tutti abbiamo appreso con la visione dell’arte in genere. Chi è nato, cresciuto ed ha passeggiato per i paesi siciliani o emiliani ha fatto esperienza di canoni e strutture architettoniche, figurative, plastiche  che ha fato sue. Se avesse vissuto fra le capanne africane avrebbe un’altra visione del mondo e dell’arte.

Conversazioni con Ferdinando Scianna | Feste Religiose in Sicilia | Fotografia di un mondo perduto.

Ferdinando Scianna, fotografo di origine siciliana, primo italiano ad entrare nella Agenzia Magnum, mi parla del suo libro fotografico dal titolo Feste Religiose in Sicilia, pubblicato nel 1964 con presentazione di Leonardo Sciascia, che gli fece vincere il Premio Nadar.

Alessandro Gianoli: Nello sfogliare il libro Feste religiose in Sicilia, guardando le sue fotografie e pensando alla giovane età in le ha scattate  mi è venuto naturale immaginare lei, ventenne, con la macchina fotografica in mano, ipotizzando i suoi gesti, le sue aspettative, la sua passione…

Ferdinando Scianna: Una passione grande che nasceva da una utopia idealizzata. Io ero molto interessato a quel mondo contadino che mi circondava e dalle sue manifestazioni quali feste, ma anche dal lavoro, la vita di paese. Era un interesse che avevo anche prima di scoprire che avrei fatto il fotografo. Poi con la fotografia da questa passione ne ricavavo delle immagini dove queste cose venivano comunicate e ciò era bello. Poi non c’erano fotografi ai tempi.

Quando sono andato a Palermo all’università mi sono orientato verso gli studi antropologici in quanto coincidevano con i miei interessi per il mondo che mi circondava. Però la progettualità nasceva dal fatto che con quel materiale raccolto avrei fatto la tesi di laurea. Poi invece per strada mi sono reso conto che mi interessava sostanzialmente raccontare quel mondo a prescindere delle intenzioni di carattere scientifico-antropologico.

Sciascia mi fece comprendere che io ero meno interessato al dato documentario di quanto non lo fossi del dato narrativo. Un fotografo specificatamente antropologico fotografa in funzione di un parametro di studio. Un fotografo riprende il gesto come manifestazione dell’essere delle persone. Ha anche naturalmente un valore documentario. Le foto di Feste religiose hanno oggi un forte contenuto documentario, raccontano che cos’era il mondo popolare in quegli anni, e ne sono passati quaranta.

A.G.: Lei ha sostenuto che quelle feste oggi avvengono affianco a cartelloni pubblicitari, miti moderni, macchine, altri simboli che si sono sovrapposti. D’altronde sostiene anche di non provare nostalgia per il mondo perduto perché non le sembra di aver lasciato un mondo migliore di quello odierno…

F.S.: Cerano tantissime cose che non andavano bene in tutti questi mondi che vengono rievocati. Questo non toglie che vi furono momenti appassionati. Ho raccolto le immagini tra il 61 ed è durata fino al 64. Poi nel 65 è uscito il libro. Quando io facevo le foto era magnifico, ero giovane, non avevo responsabilità di campare la famiglia, non avevo clienti cui render conto.

A.G.: Lei già allora nelle sue Note alle immagini segnalava come la devozione andasse scemando, per esempio scrive che fino all’anno precedente era possibile vedere donne inginocchiate con la lingua a terra davanti all’altare, ma queste pratiche divengono sempre più rare.

F.S.: Certo lo si sentiva, ma non si sapeva bene che cosa significasse. C’era un discorso laico socialista che considerava quelle pratiche come dei residui di oscurantismo, ma questo non era il caso di Sciascia.

Sciascia diceva che la visione religiosa dei siciliani non aveva connotazioni di carattere metafisico, bensì materialistico. Questo nel senso che, il rapporto con il santo era funzionale alla richiesta di una grazia, era quasi come un voto per un deputato. Però Sciascia fece subito un’eccezione escludendo il periodo della settimana santa che era il momento della contemplazione del dolore di una madre per la morte del figlio tradito dagli amici. Nella Settimana Santa c’era la contemplazione della morte, niente di più religioso. L’apologia cristiana di questa relazione Madre Figlio ne fa un elemento centrale. In molte altre religioni non c’è. Da noi il metafisico scende nel fisico attraverso il dolore della madonna. Si è meno interessati alla sofferenza del cristo perché lui è dio. Invece la madre no, è suo figlio che sta morendo.

A.G.: Quindi torniamo al legame con la carnalità della religiosità siciliana?

F.S.: Assolutamente. Al contrario negli atti quali il trascinare la lingua a terra o procedere a ginocchioni, c’era sempre il sentimento di pagare il prezzo per ottenere un ritorno, per avere una grazia di un certo tipo. Questi comportamenti erano orientati verso il terreno, verso il qui, quanto può migliorare la mia vita ora. Non si chiedeva di conquistarsi l’aldilà.

Questo tipo di rapporto è il risultato di una vita contadina nella quale devi zappare perché germogli, devi lavorare ore perché il padrone ti paghi, ed il padrone ti paga poco. Ma questo tipo di rapporto con le cose sacre riguardava soltanto il mondo contadino, ma vi comprendeva i preti. Io ricordo anni dopo le mie foto, durante un’eruzione dell’Etna, a sant’Alfio c’era questa la va che stava scendendo verso il paese. Io mi trovavo li per scattare foto inviato dall’Europeo e parlai con il prete e lui mi diceva: “Io mi ricordo dell’eruzione del ’38, ancora ero ragazzo, non ero ancora entrato in seminario… fu una cosa incredibile, un miracolo, abbiamo fatto una processione con la statua di Sant’Agata, ci siamo tutti inginocchiati davanti alla lava che stava per arrivare alle porte del paese. Fu un vero miracolo, un vero miracolo! Stemmo li tutta la notte a pregare e al lava si fermo.”. Ed io che conoscevo tutta la storia gli chiesi: “E poi cos’è successo?” “Purtroppo si aperto il fronte di sinistra e si è riversata sul paese di Pascari.”. Però non era il loro. Gli chiesi “Cosa è successo a quelli di Pascari?” e lui ha capito l’ironia della domanda e rispose “Lei scherza, non crede a queste cose…” e se ne andò via.

In cosa consiste il potere di un santo e la forza della preghiera? Consiste nella fede della gente. La gente credeva a Sant’Agata, la sua fede era autentica e la santa ha fatto fermare la lava. Il discorso era che San Calogero, che era il patrono di Pascari, politicamente non era forte abbastanza per comandare a Dio che facesse fermare la lava. Se c’è visione materialistica è questa: la preghiera come funzione per l’ottenimento di un bene immediato e materiale, non spirituale.

In quegli anni l’Osservatore Romano pubblicò una critica di due cartelle su Feste religiose in Sicilia sostenendo che si trattava di uno schifoso libro materialista: bisogna rimettersi nella situazione storica di allora dove la contrapposizione diciamo tra religiosità e non era sostanzialmente uno scontro da Democristiani e Comunisti era una storia tra Peppone e San Camillo.

Io non ho mai conosciuto nessun ateo tra i contadini siciliani. Però ricordo tanti che consideravano i preti come persone alle quali si doveva dare dei soldi per ottenere una grazia o comunque per non avere grane. La vera religiosità è una cosa molto diversa che riguarda il rapporto con la morte, con il tempo, con le anime del purgatorio.

A.G.: Se si fosse trattato di un comportamento religioso nel senso dell’ortodossia cattolico-cristiana gli atteggiamenti avrebbero preso tutt’altra forma…

F.S.: In realtà poi, da un punto di vista sociale, la linea Durkheim è legittima, “E’ l’esplosione di un Es. collettivo” dice Sciascia. La festa è il momento in cui un paese riconosce se stesso in quel rito

A.G.: E quindi diventa coeso.

F.S.: Addirittura fino al punto da instaurare una guerra dei santi, per cui se io sono del paese di San Calogero per me questo è un grande santo mentre quello del paese vicino non vale niente. Queste erano credenze popolari che allora avevano un forte contenuto di carattere sociale. Adesso siamo qui a dire il nord, il sud, i terroni, l’islam, il cristianesimo e quelle hanno perso valore.

A.G.: Si può riconoscere a quelle dispute, ed alle credenze di cui erano manifestazione, la capacità di reggere e consolidare un gruppo sociale che altrimenti tendeva all’individualismo. Oggi in un mondo cosmopolita, nel quale emergono e si fondono filosofie estranee alla nostra cultura perdono valore.

F.S.: Si ma questa perdita avviene non nel senso che oramai tutti vivono la religione in termini spiritualistici e non più materialistici, ma che tutti vivono lo spiritualismo in termini consumistici

A.G.: E’ avvenuta quasi un universalizzazione di questo materialismo.

F.S.: La cosa che è chiara, soprattutto adesso, a distanza di tempo, è che non dissacri più niente. Io ho provato un po’ di anni fa a fare una cosa volutamente provocatoria svolgendo un servizio di moda per Io Donna, ambientato in Sicilia durante la Settimana Santa negli stessi luoghi che io avevo fotografato precedentemente. Pensavo che ciò avrebbe creato scandalo perché cerano ad esempio le camice di Dolce & Gabana con disegnate sopra le Madonne. Ma in realtà non fu così.

Il gesto è cambiato perché una cosa è se tu svolgi gesti come rito, quali alzare il calice per fare diventare sangue il vino, un’altra cosa è se quei gesti li fai davanti alla televisione. Allora fai dello spettacolo, diventa teatro. Non li esegui più per te, per il tuo contesto. Lo rappresenti. Quelle persone sono attori. Anche perché oggi durante quelle manifestazioni ci sono più fotografi di quanti siano gli effettivi partecipanti.

A.G.: Anche ai suoi tempi quelle persone mettevano in scena un dramma. Anche allora esistevano personalità, quali l’uomo che da anni indossava la maschera del <<serpentazzo>>, riconosciute per la parte che svolgevano nella rappresentazione. La differenza consiste nel fatto che quella recita veniva fatta all’interno di un gruppo e rivolta al gruppo. Erano gesti loro ed intimi. Oggi questa intimità non esiste più.

F.S.: Certo, è diverso. Io sono andato a fotografare la Pasqua di Aidone e nella piazza c’era un altoparlante attraverso il quale il prete spiegava agli astanti le motivazioni antopologiche di quella festa. Era diventata la rappresentazione museale di qualche cosa di cui il senso era cambiato. Era la messa in scena di se. Non la sacra rappresentazione ma la profana raffigurazione. A meno che il sacro oggi non lo abbia preso la televisione, allora… va bene, allora sono ancora sacre queste feste.

A.G.: Mi posso immaginare che per chi, come lei, ha avuto la fortuna di vivere l’originale, la visione odierna delle feste possa essere deprimente. Cosi come possa venir ritenuto dissacratorio questo atto dello spigare quanto compiuto mediane un microfono.

F.S.: Infatti noi pensavamo, io spinto dall’utopia socialista di tipo cristiano che mi animava, che il nostro lavoro avesse un valore di salvaguardia, di documentazione di qualcosa che stava morendo, finendo. Adesso dicono che queste feste non sono morte, ma non è vero. Sono morte. Adesso esistono perché se ne occupa l’ente del turismo, la Pro-loco

A.G.: E’ come se si svolgesse una commemorazione, un funerale…

F.S.: Esatto, è la celebrazione della cosa, non la cosa. Diventa folklore, maniera per fare venire la gente a vedere la famosa processione. Per questo ho sostenuto che potrebbe essere ancora interessante fotografare quei rituali, che sono diventati rappresentazione della rappresentazione, di carattere profano e sostanzialmente di merce di consumo turistico. L’unico modo per poter veramente raccontare quello che succede oggi è fare vedere tutta la contraddizione fotografando i fotografi all’opera, la pubblicità che c’è attorno, le gli operatori televisivi, le mamme che filmano i bambini vestiti da monachelli. In realtà le mie stesse foto hanno creato una specie di iconografia a causa della quale, al contrario, i fotografi che si recano per reportage oggi, cercano di non far vedere il contesto odierno, per creare una falsa icona. Per fare finta, come fanno finta loro, che quella festa sia vera.

A.G.: Quindi propone un gioco di specchi in cui il fotografo svela la struttura moderna che costruisce l’evento.

F.S.: Pensi che io ho fatto a tempo a fotografare a Cava d’Ispica, un paese in provincia di Ragusa, dei pastori che vivevano vicino ai loro greggi in cave. Erano dei cavernicoli in un certo senso. Sto parlando del ’60. Questo modo di vivere generava indignazione e si sperava che questo duro stile di vita finisse. Mi è successo di tornarci a distanza di una ventina d’anni e in quei posti non ci abita più nessuno. Però adesso quelle grotte sono state salvaguardate e protette dal comune e vi si recano le scolaresche per vedere, come appena vent’anni fa viveva suo padre, nemmeno il suo trisnonno. Questo processo di museificazione di una maniera di vivere è comprensibile. Quello che è successo con le feste più o meno lo stesso, solo che si fa finta che quello che ne è rimasto sia vero. E’ come se, ad un certo punto, a data precisa alcuni si vestissero da pastori e tornassero a vivere nelle caverne per far vedere come vivevano quarant’anni fa. Se ciò accadesse, avrebbe valore di reperto storico-documentario. Però non è che se vai li e fotografi quelli che imitano i loro padri, stai fotografando le persone che vivono li. Stai fotografando la gente che sta recitando la parte delle persone che vi vivevano realmente. Lo stesso avviene con le feste. Ne più ne meno. Hanno creato un museo. Si può dire “guarda che bella processione” ma prima aveva un senso.

Le cose, è pur vero, si trasformano e lasciano residui. Ci sono ancora dei figli che mantengono la tradizione dei certi nonni che non potevano non essere tra coloro che portavano il fercolo della addolorata. Oggi i figli lo portano in nome della loro famiglia. Magari queste persone non credono in Dio, ma pensano che quella funzione sia importante per confermare il ruolo della famiglia all’interno del paese. Questi rapporti rendono, in parte, vero quello che non possiede più  lo stesso senso dei tempi di suo nonno.

Restyling Delhi

Restyling Delhi-1

L’immagine deve fornire indizi, non spiegare ma far capire. (Gar)

Ci sono due modi per guardare a New Delhi: con lo sguardo rivolto al passato o proiettato verso il futuro. Il presente si mostra come una fase di transizione, in cui la città si ritrova priva d’identità.

Restyling Delhi-1 Restyling Delhi-2 Restyling Delhi-3 Restyling Delhi-4

La complessità sociale e culturale di New Delhi genera un vero e proprio senso di smarrimento, sia per il visitatore sia per i Delhiwalla (cittadini di New Delhi). Ma è anche uno dei fattori più affascinanti della città.

Nella stessa megalopoli convivono pacificamente Indù, Mussulmani, Sikh e Cristiani. Ogni gruppo mantiene un intimo legame con le sue origini, con i suoi riti, le sue divinità e feste religiose. Il risultato è una città ghettizzata in “enclave” a maggioranza etnica, come Ashok Nagar, storico insediamento di rifugiati del Punjab. O quartieri abitati da determinate caste, quali il distretto industriale in Tagore Park, animato dalle attività di artigiani immigrati dal Bihar, specializzati nella produzione di ornamenti funerari in carta e canna di bambù.

La separazione è altrettanto netta tra le zone residenziali per famiglie agiate e gli insediamenti fatiscenti abitati da immigrati perlopiù provenienti dalle campagne, spinti sempre più verso la periferia, sotto la spinta della urbanizzazione. New Deli è un unico grande cantiere a cielo aperto. I progetti prevedono la connessione dei fiorenti sobborghi industriali e residenziali quali Noida, Gurgaon e Faridabad al centro cittadino. Ponti, sopraelevate, metropolitana, strade. Ovunque ometti magrolini e donne scalze spostano pietre e innalzano pilastri.

Le prospettive di crescita del mercato immobiliare rappresentano una scommessa sulla quale imprese edili e investitori speculano. Vengono così costruiti edifici con alti standard qualitativi, destinati a una clientela benestante o straniera, ignorando le necessità abitative e le possibilità economiche della popolazione indiana.

Ne è un esempio il Commonwealth Games Village, il gigantesco complesso residenziale servito ad ospitare i quasi 7000 atleti provenienti da 71 paesi in occasione del Commonwealth Games 2010. In parte finanziata dal governo, l’intera area è entrata nel circolo della speculazione edilizia.

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Brown Sugar | Scuro come lo zucchero mascobado, dolce come la sensazione di dipendenza.

Client: Sharan NGO – New Delhi (India)
Assignement: Photo-essay | Video Presentation Slide Show
Publisher: Terre Di Mezzo – Street Magazine

La brown sugar è tra le droghe più comuni in India. Un oppiaceo semisintetico che può essere fumato o iniettato: l’eroina bianca è infatti introvabile e di pessima qualità. “La roba buona la prendete voi europei”, mi dice un consumatore abituale incontrato a Yamuna Bazar, il ghetto dello spaccio, a pochi passi dal centro di Nuova Delhi, dove la gente si buca in mezzo alla strada, nell’indifferenza generale.

In India i servizi sociali sono carenti e le regole tradizionali coercitive: qui la dipendenza da sostanze stupefacenti viene trattata come un tabù dal governo, dai media e pure dai parenti più stretti. Esistono però realtà come Sharan, una delle due ong che nella capitale si occupano del recupero dei tossicodipendenti. Gli operatori, ex tossici, non hanno specifiche competenze mediche, soono semplicemente persone uscite vittoriose dal programma di riabilitazione. Perché, sostengono, non basta immedesimarsi nell’altro per comprenderne il vissuto, gli istinti o la psiche. Una presenza che diventa esempio positivo per i loro “pazienti”.

Il drop-in di Sharan offre assistenza sanitaria, siringhe pulite e pasti caldi. Chi lo desidera, può anche iniziare un percorso che prevede la somministrazione di buprenorfina, una droga sostitutiva simile al metadone. Poi si passa nel rehabilitation center, dove il paziente viene rinchiuso in una stanza per due settimane senza contatti con l’esterno.

Di quelli che entrano al rehab, però, solo una piccola percentuale è seriamente intenzionata a smettere: per molti è una scusa per ottenere cibo e medicinali gratis e poi tornare a vivere sulla strada. Superata questa fase, si accede alla farmhouse, una fattoria-comunità che, attraverso il lavoro, prepara al reinserimento nella società.

Nella farm i pazienti, pur protetti dalle insidie del mondo, si trovano in un ambiente aperto, privo di costrizioni. Gli unici obblighi consistono nel non assumere droghe e nel portare avanti con rispetto i propri compiti, come il lavoro nei campi, la preparazione dei pasti e la pulizia delle camerate. Rajif, il responsabile, la definisce “terapia del lavoro”: lo sforzo fisico tiene la mente impegnata, facendo sentire la persona produttiva e orgogliosa di sé.

Questa sensazione mantiene lontana la depressione e la possibilità di ricadute. Ma se immaginate un posto idilliaco, vi sbagliate: tensione, solitudine e paura di non farcela una volta fuori da queste mura, creano un clima tutt’altro che spensierato.

Cloudeas | Comfort ed Innovazione nel Bagno

Geberit Cloudeas

Durante gli eventi del Fuorisalone 2013 Geberit ha presentato Cloudeas: l’installazione che cambierà il modo di intendere il bagno, i suoi spazi e le sue funzionalità. Nel cuore di Brera Design District, il Museo Minguzzi di Milano sarà la cornice di presentazione per il nuovo Geberit AquaClean Sela disegnato dal prestigioso studio di Matteo Thun e Antonio Rodriguez.

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